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domenica 27 settembre 2026

"Sotto il sole della Toscana" (2003) #Recensione

Si tratta di un film girato interamente in Italia, e come suggerisce il titolo quasi compeltamente in Toscana, con l'aggiunga di alcune scene a Roma ed a Posillipo.

La trama è quella di una scrittrice americana, apparentemente circondata da ottime amicizie, da un matrimonio stabile, e da una carriera più che decente, nonchè da un appartamento di proprietà in centro città.
Il tutto però si sgretola non appena viene informata per vendetta da parte di uno scrittore a cui ha lasciato una pessima recensione pubblica, che il marito la tradisce con costanza.
Il resto è una serie di decisioni impulsive che la porteranno in Toscana, dove cercherà di rifarsi una vita con tutti i crismi.

Il risultato è una commedia romantica senza troppe aspettative, ma che nel suo piccolo riesce ad essere di intrattenimento ed a rilasciare anche qualche ottima morale e riflessione sulla vita.

Bene la durata, il passo, i colpi di scena, la trama, gli scenari e le inquadrature, tutto al netto del fatto che non si tratti di niente di eccelso o particolarmente entusiasmante.

Decisamente poco realistica la parte di burocrazia italiana snella ed accondiscendente al momento del rogito, ma interessante il pensiero della protagonista nell'esclamazione "Ho comprato una casa senza avere una vita da viverci".

Il film è inoltre particolarmente pieno di riferimenti a Federico Fellini e di rifacimenti di scene dei suoi film, da quella della fontana in La dolce vita, alla protagonista che si trova a chiedere un passaggio in vespa per attraversare la citta, vestita di bianco.
A ciò, come tributo al nostro cinema, si aggiunge il cameo reiterato di Mario Monicelli, nei panni di un anziano signore che preferisce non comunicare verbalmente. 

In sostanza un'opera da guardare senza aspettative, e se magari la si approccia con un po di scetticismo ancora meglio, perchè il risultato sarà invece una pellicola che non irrita e non stanca, ma che regala invece alcune piacevoli sorprese, soprattutto a livello umano. 

mercoledì 23 settembre 2026

Una delle più grandi connessioni tra musica e cinema.

 I "New Found Glory" sono un gruppo pop-punk ancora attivo, e con all'attivo una quindicina di album, provenienti dalla Florida ma conosciuti sulla scena mondiale di tale genere musicale da ormai quasi 30 anni. 

La recente scomparsa del chitarrista Chad Gilbert sembra un ottimo momento per segnalare a coloro che fossero interessati o ad appassionati di curiosità, la profonda connessione che legava tale gruppo musicale al mondo del cinema. 

Innanzitutto, nel 2000, quando ancora cercavano di farsi conoscere, rilasciarono un EP, dal nome "From your screen to your stereo" (Dal tuo schermo al tuo stereo) con addirittura 7 tracce, cover di brani musicali appartenenti a colonne sonore di successo.
Tra di essi vi erano canzoni come "Everything i do" di Bryan Adams, presente nel film Robin Hood - Il principe dei ladri, e la canzone "My heart will go on" di Celine Dion, che fu la colonna portante della colonna sonora di Titanic.
Entrambe ovviamente riarrangiate in pieno stile movimentato tipico del pop-punk.

La cosa però non fu una uscita solitaria, ma una chiara dichiarazione di interesse per il mondo del cinema, o almeno per la parte musicale che lo circonda, tanto che, nel 2007, ed in questo caso si, all'apice della loro carriera, rilasciarono un "sequel", chiamato "From the screen to your stereo Part 2", che conteneva stavolta addirittura 12 canzoni, tra le quali "Iris" del Goo Goo Dools, presente nella pellicola "City of angels" del 1998, e "Kiss me", dell'omonimo film, dei Sixpence non the richer.

C'è inoltre un'altra connessione con il mondo del cinema, e proprio con il sovracitato Gilbert, ed è il fatto che egli avesse negli anni iniziato e mantenuto un progetto musicale solista, chiamato "What's Eating Gilbert", nome del gruppo chiaramente ripreso, come tributo, dalla fantastica pellicola di inizio anni novanta con Di Caprio e Depp : "What's eating Gilbert Grape", che in italiano fu adattato con un generico "Buon compleanno Mr Grape". 
Il riferimento è chiaramente al fatto che il cognome dell'uno fosse il nome proprio dell'altro, e poi, purtroppo, giungendo ai giorni attuali, il fatto che macabramente sia stato proprio il destino del chitarrista, il titolo originale infatti si domandava che cosa stesse mangiando dall'interno il personaggio del protagonsita del film, ed il nome del gruppo è diventato una connessione profetica al fatto che per il chitarrista si trattasse di fatto di un cancro. 

domenica 20 settembre 2026

"Novecento" #AnalisiTitolo

 Il titolo non deve molte spiegazioni a nessuno, ma contiene una curiosità linguistica che per gli appassionati del settore potrebbe risultare interessante.

Innanzitutto i complimenti d'obbligo per aver trovato un titolo semplice al punto giusto, orecchiabile ed internazionale quanto basta, ermetico ed intrigante a sufficienza, e soprattutto riassuntivo dignitosamente ed in una sola parola per una pellicola di oltre 5 ore.

Dopo di che è il momento di far notare che in lingua inglese sia stato diffuso con il titolo di "1900", e qui si incontra proprio la curiosità.
Infatti, mentre nel mondo anglofono è possibile abbreviare come da noi il nome delle decadi, nel caso uno voglia, in anni '60, anni '70 etc, non è stato fatto altrettanto per i secoli, ecco che quindi 1900 deve essere scritto per esteso.

Diversamente in Italia, sempre per convenzione linguistica e sempre rigorosamente con l'apostrofo per la forma più corretta, si possono abbreviare anche i numeri dei secoli dopo l'anno 1000, in '700, '800, ed in questo caso '900.
Da li poi la scelta stilistica di renderlo in lettere e non in numeri per quanto riguarda il titolo del film, ma tutto questo era per chiarire che si parla del ventesimo secolo, quello che va dal 1900, al... nel caso del film, il 1976.

giovedì 17 settembre 2026

"Novecento" (1976) #Recensione

 Il film è un colossal italiano, dalla durata di oltre 5 ore, con un cast internazionale di notevole valore e dal risultato decisamente eccellente.

La trama è quasi impossibile da riassumere degnamente, visto soprattutto il minutaggio dell'opera, ma si tratta sostanzialmente della vita di due bambini, poi ragazzi e poi adulti, nati nello stesso luogo e nello stesso giorno, ma in classi sociali diametralmente opposte, raccontata lungo il secolo 1900 ed attraverso tutti gli eventi che realmente sono accaduti in Italia in quei 3 primi quarti di secolo e che essi stessi (I due protagonisti) hanno vissuto, volenti ma ancor più spesso nolenti.

Il film è un capolavoro che attrae e coivolge lo spettatore, che non fa pesare la propria lunghezza e che racconta ed intreccia numerevoli storie umane e sociali, non permettendo mai di comprendere quale sarà il prossimo colpo di scena.

Bene la durata come detto, che però ha portato la pellicola ad essere divisa e proiettata in due atti, a distanza di 3 settimane al momento dell'uscita ufficiale nelle sale, ma che non li ha visti ottenere lo stesso successo.
Il primo è stato infatti visto da parecchi più spettatori, e viene decisamente da concordare con loro, le prime 2 ore di pellicola appaioni infatti originali, avvincenti, sorprendenti, mentre le successive 3 non sembrano altrettanto all'altezza, e tendono più a vivere di rendita ed inerzia delle prime 2.

Da sottolineare anche il cast, che poi è quello che in realtà ci si aspetta da un colossal, ma stupisce sempre vedere tutti insieme attori del calibro di Robert De Niro, Gerad Depardieu e Donald Sutherland, specialmente in un film che racchiude la quintessenza dell'italianità e della storia d'Italia, oltre che essere girato nelle campagne emiliane, recitato in emiliano, e diretto da Bernando Bertolucci.
Male, volendo rimanere in tema, Stefania Sandrelli, certamente fotogenica, ma che come un po' in tutto il resto della sua carriera, non ha dimostrato doti recitative all'altezza del resto dei colleghi, quantomeno certamente non in questo film.

Come immaginabile per un film di questo rilievo storico e cinematografico, di questa durata, e di questo successo, le cose da dire sarebbero ancora moltissime, tuttavia per rimanere nei canoni dei post brevi, si può concludere che sia un film meritevolissimo di essere visto, che stupisce in innumerevoli aspetti, e che con il suo passo costante non fa sentire la fatica della durata. Consigliatissimo, anzi, quasi da guardarsi d'obbligo.

domenica 13 settembre 2026

"Valentino - L'ultimo imperatore" #AnalisiTitolo

 Poco, pochissimo, da dire, specialmente per chi ha visto il film, ma comunque un paio di cose possono essere aggiunte.

Innanzitutto il titolo è una traduzione, perchè nonostante il tutto si svolga quasi interamente in Italia, con protagonista e quasi tutti gli altri "interpreti" italiani, si tratta di una produzione americana, diretta da Matt Tyrnauer.

In originale è dunque "Valentino - The last emperor", che sembra una delle più palesi americanate, nel senso di scelta per descrivere uno stilista, anche quando ci si imbatte per la prima volta con il titolo tradotto in italiano, ma che, durante la sua visione si scropre essere una frase pronunciata da una persona in un momento del documentario, frase pronunciata volutamente al limite tra il serio ed il sarcastico, e che quindi trova un suo senso nell'essere stata scelta come titolo di tutta l'opera.

Oltre a questo ci sono ovviamente tutti gli altri aspetti riguardanti la rilevanza ottenuta da Valentino nel mondo della moda, ed il pensiero e la stima personali del regista che certamente hanno influito sul fatto che una frase/pensiero cosi ingigantito, potessero diventare il titolo stesso.

giovedì 10 settembre 2026

"Valentino - L'ultimo imperatore" #Recensione

 Si tratta di un documentario, di produzione americana, uscito nel 2008, che racconta la vita e soprattutto le "gesta", di uno degli dei terreni della moda, Valentino Ludovico Clemente Garavani, per tutti Valentino.

Una delle prime cose che si evincono guardandolo, ed anche una delle più curiose, è come egli avesse proprietà, quasi sempre di gran lusso come intere ville, sparse per varie città del mondo, Parigi, Londra, New York, altre in Svizzera ed in Toscana, ma non avesse una vera e propria base a Milano, capitale mondiale della moda, nonchè sostanzialmente città che lo aveva cresciuto.
In aggiunta lo si sente dire che considera Roma come casa, e che la residenza di Parigi è quella dove ha passato il maggior tempo in assoluto.

Anche linguisticamente viene mostrato un fatto curioso, ossia che considerasse il francese lingua prediletta per la comunicazione, anche con italiani, anche con il proprio partner.
Forse anche per questo, ma non è una grande scusante, il suo inglese, quantomeno l'accento, era veramente impegnativo, al limite della parodia.

Grande amante dei cani, che lo accompagnano in molti suoi viaggi e sono talvolta presenti persino sui set delle sfilate.

Viene mostrato anche il momento in cui riceve "La legione d'onore" in Francia, con tanto di commozione durante il discoro, anche se come premio in se e per se sembra abbastanza eccessivo, alla stregua di diverse "Luree honoris causa" regalate in Italia.

Il documentario mostra anche bene come e quanto fosse competente ed avesse gusto ed occhio nel proprio settore, sono infatti condivisibili moltissime delle critiche che muove alle creazioni e idee delle persone che si trovavano intorno a lui, sia a lungo termine che per un evento specifico. (Senza citare nessun espisodio per non rovinare la visione)

Molto bene anche il fatto che siano state lasciati momenti controversi, dove oltre al carisma dimostra e mostra anche aspetti non troppo lusinghieri del suo carattere. (Nuovamente, senza citare nessun espisodio nello specifico per non rovinare la visione)

Male invece la scelta di dare una rilevanza inaccettabile all'ultima festa celebrativa prima del suo ritiro, quella per i suoi 45 anni di attività.
Sembra veramente infantile e teatrale voler dedicare circa un terzo di tutto il documentario a tale festa, quando certamente un personaggio del genere avrebbe avuto cosi tanto da raccontare riguardo a tutto il resto della propria vita. 
Tuttavia il tutto può essere parzialmente scusato dal fatto che egli, come viene detto anche da persone a lui vicine, non amesse parlare di se, e dal fatto che la quasi totalità del documentario sia girata con telecamere che lo seguivano in momenti più o meno rilevanti della sua vita attuale.

lunedì 7 settembre 2026

"Fahrenheit 451" #Recensione

 Si tratta di un film distopico del 1966, diretto dal regista francese Francois Truffaut, il quale si cimenta con un pubblico internazionale, basandosi sull'omonimo romanzo dello scrittore americano Ray Bradbury.

La trama è quella di una società che ha ripudiato la lettura, in quanto fonte di emozioni troppo forti e spesso negative, le quali possono in alcuni casi a detta loro portare a brutti episodi di iniziative personali, come omicidi e suicidi.
Una squadra di pompieri, riconvertiti a piromani, girano per la città andando a bruciare i libri rimasti, casa per casa.
Il tutto è presentato dal punto di vista di uno di loro, il protagonista, che però non riuscirà a tenere del tutto a freno le proprie emozioni e la propria sete di conoscenza.

Tali "pompieri" vengono dipinti in pieno stile nazista, dalle divise nere in tinta unita, ai saluti che si scambiano, fino appunto ai roghi pubblici di libri.
Tuttavia ad un certo punto il paradosso si manifesta, quando al momento di esprimere a voce i propri ideali, dichiarano di volere e dovere essere tutti uguali, quindi una idealogica che inizia ad essere molto vicina a quella comunista.

La visione del film regala qualche dubbio iniziale quando non si sà bene dove voglia arrivare con certe scene e quando sembra avere la possibilità di essere sconslusionato, o più un semplice esercizio di stile che un'opera con una morale.
Il tutto invece si riprende, anzi si conclude, i cerchi aperti vengono infatti tutti chiusi, anche degnamente ed in maniera interessante.

Molto bene quindi scenari e colori slavati, bene le inquadrature, come la recitazione semplice ma credibile di un po' tutto il cast, buoni anche il passo e la durata che sembrano appropriati.

Curioso il camion dei pompieri che non trasporta realmente acqua, ed ancor di più come (i ribelli/reietti) una volta ritrovatisi nel bosco (spoiler), in una delle ultime scene del film, tramite il loro capo dichairino che i libri vadano bruciati, e che debbano rimanere soltanto nella mente di ugnuno dei membri, per essere ricordati.
La scena sembra concettualmente tratta da "La fattoria degli animali", visto che anche nel mondo utopico, una volta ottenuto il potere, chi è al comando impartisce ordini simili a quelli di chi comanda il mondo distopico.

Bellissima l'idea degli uomini libro, associati lisquisticamente e non all'idea di uomini "liberi", che imparando a memoria un libro a testa, e recitandoli ad un membro giovane in punto di morte, assicurano la continuazione della divulgazione e la sopravvivenza della letteratura e della conoscenza.

In sostanza un film che ci mette del tempo a farsi scoprire in tutto il proprio valore, ma che nel suo insieme merita di essere visto per gli spunti interessanti che propone, i quali tuttavia sono probabilmente semplicemente provenienti dal libro da cui è tratto, più che dalla mano di sceneggiatori e regista.